Scritto da Marcello il 18/05/2018

Prologo informale

Questa storia racconta il mio viaggio per un colloquio di ammissione a un dottorato ad Hannover. Il racconto è diviso in nove parti che pubblicherò man a mano nel tempo. L’idea è quella di associare a ognuna di queste parti un’illustrazione corrisponente (attenzione illustrazione, non fumetto). Il binomio scrittura-disegno mi ha sempre fatto paura, rischi di fare male entrambe (infatti nei libri illustrati seri di solito uno scrive, l’altro disegna). Tuttavia che fai non lo fai un esperimento su ‘sto sito collocato nel deep web che non se fila nessuno, che me costa un botto e che è amministrato dal mio amico programmatore oggi perso nei pertugi del Vietnam ridente? Ovvio che si tenta! Quindi eccoci qua con la prima puntata. La scrittura è spigolosa, surreale e veloce; le illustrazioni sono pensate per aderire il più possibile al testo. Enjoy.

Piccola postilla, pubblico ogni nuova puntata solo se si raggiunge un tot di commenti rispetto alla puntata immediatamente precedente (perché ho capito cantarsela e suonarsela da solo, ma vorrei cercare di non arrivare alla mortificazione completa della solitudine oscura).

I

Nella completa assenza di preparazione spirituale per il viaggio che giungeva, sono uscito e ho chiuso la porta di casa dietro di me. Non c’era una gran voglia di partire né di passare importanti ore della mia vita biologica – alla fine del suo picco di spinta (26 anni) – dentro una moltitudine di scatolette di metallo lanciate a centomila chilometri orari ecc ecc. Ma il punto fondamentale è che in questo posto difficilmente raggiungibile mi aspettava la prova più importante della mia carriera professionale (ancora in fase embrionale e inesistente, tra l’altro). Ma nonostante questa epicità nell’evento, non agognavo affatto di portare a termine tale operazione.

Il treno che prendo è uno dei più veloci del mondo. Se esso partisse insieme alla luce…no niente… la luce lo batterebbe lo stesso. Nulla da fare, riprova tra qualche era della fisica, tecnologia dell’homo faber! Peccato, stavolta puntavo su trenitalia che credevo avrebbe piegato le leggi dell’universo. La scienza contro il brand. A proposito di brand e a proposito di economisti. Sempre più vediamo riflettere questi ultimi su come va il mondo. Sono convinti (loro) del fatto che, siccome l’economia fa girare il mondo, allora capire il mondo è capire come quest’ultima riesca a creare questa rotazione. Ma facciamo un po’ di logica di base. Se il pianeta ha come re un Re, e questo Re comanda il mondo, cionondimeno non possiamo concludere che il suddetto Re sia il mondo. Non c’è un rapporto di identità. Mi pare semplice. Devo esplicitarla meglio ‘sta metafora? Non penso. Come si fa ad escludere dalla realtà personale una parte cospicua di realtà esterna? Ma gli economisti, quelli con un giudizio metafisico forte, che tra l’altro sono quelli più di successo, lo fanno e lo fanno anche convinti. Comunque, sono dentro il treno verso Milano ed eccomi immediatamente alle prese con una di quelle nausee talmente potenti che agiscono da allucinogeni e pensi veramente di stare nella tua nicchia ecologica peggiore: in una barca (da ricchi) in preda al mare-senza-pensieri che infrange con le sue oscillazioni direttamente la parte interna del tuo stomaco e il tuo ex ipotalamo felice. Tuttavia, facendomi forza sul fatto che una barca non è un treno e un treno non è una barca, mi aggrappo a questo citatissimo principio di non-contraddizione di Aristotele per non vomitare con le orecchie gli occhi. Dovremmo indire un bando: dal primo del nuovo anno tale principio del virtuoso filosofo greco sarà vietato, chi ricorre a tale strumento filosofico concettuale sarà costretto a raccogliere gli occhi vomitati da quelli del treno di cui prima indossando una maglia in puro cotone con la scritta “per la pulizia e il decoro del treno sono al vostro servizio”.

 

II

Comunque arrivato a Milano Centrale lo smarrimento è una franca certezza. Nelle orribili arcate farraginose di una Milano che non mi ha mai amato per mancate presentazioni reciproche, prendo questo maledetto treno e via un’altra ora per l’aeroporto. Calvino dice (per me è vivo) che le metro di Parigi sono dei non-luoghi che permettono di raggiungere i luoghi. Io penso che Calvino era un dio ma troppo legato alla sua epoca di se-sei-scrittore-ti-devi-isolare-e-divenire-un-poco-laconico-e-puerile. Povero Calvino, si meravigliava che nella Parigi del sottosuolo nessuno notava se qualcuno andava in giro senza scarpe, ma non sapeva (ma saprà, guarda molta televisione lui) che oggi la gente muore e nessuno si gira (riferimenti alla cronaca cinese di qualche mese fa, giugno 2017). L’aeroporto di Malpensa è un aeroporto di cui mi rifiuto di scriverne anche la più minima descrizione. Arrivo all’aereo e mi accorgo di un particolare non da poco. Ha le eliche! Le eliche! Ma non parliamo dei bombardieri della Seconda Guerra mondiale, forse la RAF aveva potenti monoposto con un cinematografico monomotore sulla prua che sembrava voler proteggere il suo pilota con l’impenetrabile rotazione delle sue pale. No, parliamo di un banale aereo civile a due eliche. Certo sono due, se una prende fuoco l’altra continua a funzionare e noi facciamo solo una spirale fino a schiantarci contro le Alpi (sì l’incidente l’avevo stimato poco dopo la partenza, quando uno inizia ad aderire meglio alla poltrona comoda della prima classe pagata). Meglio una spirale che una linea retta inclinata, caso di entrambe le eliche infuocate. Su questo non ci piove. La figura geometrica che descrivi prima della tua morte sarà fondamentale per stabilire in quale tazzina da tè ti rincarnerai. È determinante.

 

III

Incontro una ragazza tedesca che si siede vicino a me. Iniziamo un’amabile conversazione di compagnia, parla italiano, ha un accento buono ma una plasticità molto ridotta. Parlo in italiano e sembra che devo capire pure io quello che sto dicendo. La differenza di lingue è sempre dura. Non è facile, do prova della mia migliore retorica – deve capire che c’è italiano (lingua) e italiano (tentativo di lingua). Penso che la lingua italiana sia quella che meno si presta a una rappresentazione brillante per unità di abitante. Tradotto, molti italiani non sanno l’italiano. Tuttavia, la bellezza che questa lingua esercita su me medesimo non è nata insieme ad altrettanto me medesimo. Nient’affatto! A me l’italiano non piaceva, mi ricordo anche gli anni fino ai quali questa patologia mentale ha continuato a esistere e a proliferare dentro il mio sistema linfatico: fino a poco dopo i 15 anni, quando bevevo sambuca e assenzio senza passare dal via. Comunque la ragazza me lo conferma, l’italiano si pronuncia come si scrive. Cosa curiosa, pensavo fosse per tutte le lingue così: ognuno ha la propria percezione fonetica precisa delle lettere e di conseguenza nella lettura emette il suono a cui esse corrispondono. Invece mentre per noi “A” è “A”, per gli inglesi “A” si pronuncia “EI”. E questo è l’esempio base, ma insomma, pensavo che le parole straniere per noi non si pronunciassero come si leggono, ma per la fonetica di riferimento sì. Mito sfatato: molti francesi a volte non si ricordano come si scrivono le parole perché la fonetica non è sufficiente a risalire alla scrittura, pensa te. Comunque lei mi dice che Hannover è un posto triste, “bello” ma triste e che lei è una cartiera, produce la carta per una grandissima ditta. “Hai presente la carta delle figurine panini?” “eh, sì”, “bene quella la facciamo noi”. Fortuna rara… Comunque si atterra – il peggiore atterraggio della mia vita, spero che dentro la cabina ci fosse un canguro appeso allo specchietto retrovisore in preda alle doglie del parto, perché solo così potrei salvare la professionalità di quei due buoni piloti. Insomma alla fine scrocco pure un passaggio in taxi, la cartiera abitava vicino al mio albergo. Nel taxi il conducente voleva a tutti i costi parlare con me in francese sapendo perfettamente che ero italiano e meno perfettamente, magari, che io non so una parola di francese. Quindi continuiamo una conversazione senza conversare, lui monologa in francese, lei dà direttive spigolose in tedesco, io eseguo una complicatissima sequenza improvvisata – ma non per questo meno spettacolare – di movimenti facciali, aggrottamenti di sopracciglia – prima una, poi l’altra, poi insieme – invidiabili a mio nonno che per dire “sì” oppure “allora ti hanno preso al dottorato?” o “mi hanno rubato la macchina perché sono vecchio e la lascio aperta” tira su di 3 centimetri  e mezzo (olimpionico) il poderoso sopracciglio destro (tenendolo in tale agonistica posizione per quasi quattro secondi buoni). La coreografia i passeggeri se la sono persa ma io ho fatto il tributo al mio nonno-maestro.

 

IV

Arrivo alla meta, un hotel abitato solo dai suoi lavoranti, una finzione governativa per ammazzare la gente e venderne i tessuti a ribasso. Cioè, c’ero solo io. Faccio il check-in, l’inglese dei tedeschi è perfetto – mi accorgerò presto che lo sapranno pure i feltrini delle sedie ‘sto inglese ad Hannover. Generalità, sorrisi, niente soldi, tutto pagato, sono qui per la mia “job interview”. Bene, vado in camera. Ho sempre odiato gli hotel per una cosa precisa: i corridoi completamente deserti in cui veramente non c’è mai nessuno. Pensi che la moquette sia fatta con la solitudine del corridoio fatta a pezzettini e attorcigliata in morbidissimi ciuffetti che io diligentemente calpesto per arrivare alla mia camera, la 306. Apro la porta, faccia sbalordita, che stanza, tutto nuovo, c’è la macchinetta del caffè, c’è la televisione, una donna nuda ecc. Crollo, o meglio, penso per 4 ore a come cazzo andrà questa intervista del giorno dopo, usufruisco di tutto quello che c’è da palpeggiare – tra cui una delle poltrone più serie e di pelle che io abbia mai visto. Colazione, non posso trattenermi dal dire che non me ne frega un cazzo di raccontare della colazione. Passiamo al mio stato d’animo. Quello invece è importante. Beh che dire, veramente penoso. Come se non avesse lavorato (lui, lo stato d’animo) per un anno a questo progetto di dottorato dannato. Sembra che tutto il mio affetto per quest’ultimo stia scemando senza soluzione di continuità fino a Lucifero che mangia insieme tre uomini dannati (Cesare, Bruto e Cassio). Ora il quesito è questo. Se io l’esame ce l’ho alle 4 e 45 di pomeriggio, e sono le dieci di mattina, cosa diavolo posso fare fino all’ora stabilita? Studiare con gli occhi vacui da vacca che bruca? Come pensate che l’abbiano vissuta questa cosa i miei nervi?

 

V

Solo un esperto nel settore “nervi e ulcera, come trasformali in metafora”, quale riconosco esser me medesimo, avrebbe trovato il modo di descrivere la mia condizione. Per fortuna che io sono accidentalmente anche me medesimo,  quindi posso con fiducia cimentarmi nell’ardua descrizione. Per rendere giustizia alla mia condizione attuale abbiamo bisogno di visualizzare i miei nervi come corde tese percorse in equilibrio da un gruppo circense a conduzione familiare. Tutti, mentre attraversano da funamboli il tratto nervoso, si cimentano nelle loro specialità: c’è chi fa il trapezio, chi si mangia un elefante, chi fa sedere un cane, chi cura i molari di un leone, chi fa la vacca. Questa famiglia dalle abilità fuori dal comune è costituita da: il cannone uomo (finalmente un cannone che si è deciso per l’antropizzazione), la giraffa stesa (la più bassa del mondo, vive così, se si alza perde il guinness), l’usignolo lordo, la barista imbucata, il tiratore di cucchiai e la sua rilassatissima assistente Ciotta, trapezisti soli, un orso solare, una zebra liquida ecc ecc. Tutta ‘sta gente mi sta sui nervi (le freddure sono solo per gli orsi polari, qua abbiamo invece i solari, focalizziamoci quindi sulle cose importanti e non cadiamo in idioti ammiccamenti a denti stretti). Passavano e ripassavano cercando in tutti i modi, durante il tragitto, di mantenere vivi i loro già citati numeri per lo show. Bene, la conseguenza di tutto questo, o “fuori metafora rispetto a tutto questo” (dipende dalla capacità immaginifica del lettore), è un feroce non riconoscimento di tutto quello che hai fatto (del tuo lavoro) e ridurre tutto ciò a ciuffetti di moquette del mio albergo (terzo piano). Penso sia un discorso molto psicologico e molto da uno che non si rende conto se il lavoro che ha fatto fa schifo o no. Comunque con questo stato d’animo mi appropinquo al colloquio. Sbaglio strada, ancora, sbaglio strada, ancora, sbaglio strada, mi siedo su un selciato, sbaglio strada, mi siedo su un guardia caccia, guardo il suo fucile, mi guarda e mi riconosce quale selvaggina facile, mi alzo e corro, sbaglio strada, giro a destra, “merda mi sono preso il fucile”, che freddo il metallo di un’arma, nei film non si percepisce mai il freddo del metallo che può custodire una pistola, che poi chi se ne frega certo, e poi invece quando si scalda dopo lo sparo? Arriverà quasi a 100 gradi celsius. Sbaglio strada, ancora lo stesso selciato, no è un altro, è un esemplare femmina di selciato durante il periodo dell’amore… magari se si incontrano con quello su cui mi sono seduto prima… che ne puoi sapere, magari sarebbe amore e prole fertile… ma alla fine non sono cavoli miei… non mi pagano mica per far accoppiare selciati. Oddio sono arrivato un’ora prima. Eccomi di fronte ad un piccolo cartellino di carta stampato da una stampante che stampa i cartellini di carta non ancora stampati (visto che dopo sono stampati e lungi da me voler sminuire il lavoro di una stampante) con lo scotch attorcigliato malamente (atroci sofferenze per lui, lo sento ancora urlare, voce metallica acutissima ma per le nostre orecchie inafferrabile) su una ringhiera nera che assorbe le grida, chissà quante ce ne saranno impigliate. Ma lungi da me voler fare antropologia fonetica di ringhiera, leggo: “for the job interview” da questa parte. Anche se “da questa parte” non è scritto “da questa parte” ma simboleggiato da una freccia grassoccia direzionata in una delle direzioni possibili del foglio bidimensionale. Mammamia quanto odio il limite prospettico delle frecce bidimensionali. Molte volte mi capita di leggere una cartello con queste suddette frecce e “simbolicamente”, il più delle volte, per questi audaci compositori di frecce, io dovrei andare o sotto terra (ma proprio sotto terra, a piombo, perpendicolare all’orizzonte fino al centro della terra dove fondono atomi di elio e idrogeno) oppure mi dovrei spaccare la testa su un muro di cemento armato che non fa passare neanche la paura e l’angoscia (non le trasuda, le riflette sprezzante) oppure invece che a sinistra (dove di solito bisogna andare) mi suggerisce “simbolicamente” di suicidarmi contro una piattaforma sospesa in un ipotetico quinto piano pensata per le future olimpiadi delle gomme da cancellare tristi. Se perdete il filo drogatevi, non è un mio problema. Ritornando alla mia situazione fattuale: un’ora ad aspettare che l’angoscia assuma materia e forma, processualità, causazione (diversa dalla mia bile), facce, nomi, cognomi, fronti aggrottate, bicchieri d’acqua severi, nasi direzionati ad un passo dal distacco facciale: 30 professori che ti guardano e attendono pazienti (e speranzosi) una tua autocombustione per tropp’ansia. Gongolo, non ho mai visto Venezia, ho i polpastrelli ricettivi, ma alla fine Venezia è turistica, non c’è più niente di autentico, non mi sono perso nulla.

 

VI

Penso a tutto quello che di bello c’è intorno alla mia vita ma sento solo i miei polpastrelli che mi dicono di fuggire e di aggrapparmi al più presto a qualcosa di sicuro e ben piazzato, possibilmente fatto di marzapane. Non faccio questioni, la sessualità dei polpastrelli al giorno d’oggi è ben nota e accettata, non sarò certo io a porre paletti di nessun sorta. Faccio tre giri intorno al palazzo, grazie a dio non ho un dio (non quello che sto ringraziando almeno) che mi insegue, che mi ucciderà, che mi spoglierà e mi attaccherà nudo sul suo carro e mi porterà in giro con i suoi cavalli scuri (non neri attenzione, solo scuri) intorno alle mura. Penso a questo ma non mi fa niente, figuriamoci stare meglio. Anzi, in tutto questo affresco visualizzo soprattutto i cavalli scalpitanti del carro e penso sempre più profondamente che sono degli animali assolutamente senza delicatezza estetica, come se la loro origine evolutiva risalisse, al momento esatto della loro speciazione (origine), ad un cane che esplode dentro una mucca e la cosa funziona geneticamente: la chimerica matriosca si riproduce ed ecco che inizia la stirpe dei “cavalli”. La longilinea forma del cavallo deriva quindi da quel sottile equilibrio meccanico che si verificò eoni fa quanto una mucca spiccatamente elastica incontrò un cane dalla singolare forza deflagrante. Bene, ancora 40 minuti, non ho più voglia di leccare i muri e delirare, qua bisogna (a) evitare di morire di ansia; (b) passare il tempo senza che anche la tua testa scoppi senza però, al contrario del cane,  portare vantaggi evolutivi; (c) mi voglio sedere, l’ultima sedia l’ho vista in hotel. E mi chiedo perché il naso debba arrivare sempre prima. Tutta una vita tu secondo e lui primo. Ecco due gradini, bene adagio i glutei sul marmo. Alcuni glutei sono di marmo (il ratto di Proserpina lo testimonia bene) ma nessun marmo è fatto di glutei. La ragione risiede nella fragranza di questi ultimi, infatti tirare su case di culi non converrebbe a nessuno. Mi interrogo intanto rispetto alla parola “job” nella denominazione “job interview”. Ma dico, come mai hanno specificato “job”?  è un dottorato alla fine, a Roma a volte neanche viene chiamato “lavoro” (si inventano tipo “borsa di studio”, “ricerca”, “legge i libri”, “sta’ a casa”, “ma che è lavoro?”, “quindi puoi non fa un cazzo, no?!” ecc.), mentre qua specifica “job”. Mi renderò conto in seguito che sto andando a discutere del mio progetto con un gruppo di professori, professionisti che gestiscono direttamente i propri soldi e decidono in prima persona, stile real business, a chi dare lavoro per incrementare l’efficienza della propria “azienda”. Ma tutto questo per fortuna lo saprò solo molto dopo. Mancano 10 minuti e ovviamente la vescica pretende attenzioni nonostante la sua nota elasticità e pazienza plastica. Cerco un bagno e ovviamente è in fondo al paese, sulla torre, non c’è l’ascensore, i rubinetti sono fuggiti, il sapone si è dato malamente ad una donna ed è suo schiavo sessuale. Niente bagno, la vescica ha ora una capienza di un piccolo furgone a noleggio blu-non-temere. Ed è quasi l’ora. Inizio a farmi strada nel vialetto, giro alcuni angoli, non succede nulla, non si sblocca nessun meccanismo, nessuna porta dietro librerie, allora li riposo e mi rimetto in marcia. Affronto una piccola arcata degna di nota solo perché quando passo mi fa il favore di non farmi crollare addosso tutti i sette piani di cemento che tiene sulle spalle, altrimenti il ritratto dell’inutilità. Ora, suono, ma dove diavolo devo suonare, la statura media di questo paese è la stessa che nel resto del mondo, ad occhio dovrei trovarlo un bottone. Ah! è aperto, bene. Busso comunque, mi apre un tipo singolare, occhialetti che ancora più piccoli doppierebbero quelli di Gramsci e Marx (il secondo quando doveva leggere) fino a divenire circonferenza piena senza spazio per la lente (microscopico gettone). Mi fa due cenni per stranieri, cioè anche con la mimica mi fa sentire fuori paese. Ci spostiamo in una piccola sala con tutti i macchinari per avvelenarsi di caffè tutto il giorno, evidentemente quel posto doveva essere (parlo al passato perché ora hanno buttato giù tutto, asfaltato con un rullo e ricostruito un laboratorio dove fanno esplodere cani dentro mucche) una postazione di lavoro per ricercatori che “leggono i libri”. Mentre cerco veramente di rendermi conto quanto può essere capiente un furgone blu – per rilassare i nervi e far lavorare i tessuti elastici del mio corpo – il tizio mi invita ad accomodarmi davanti a lui che sbriciola un giornale dentro una tazza di caffè a fianco a una donna in piedi davanti alla fotocopiatrice che scannerizza, mi pare di scorgere, sempre la stessa pagina. Va bene nessun problema, posso reggere tutto questo. Non faccio domande e mi guardo intorno con fare di uno che cerca un estintore per lenire l’asma. Non lo trovo, l’asma non arriva e io mi bilancio meglio sulla sedia, duemila anni di design e io ho male alla schiena comunque. O potrei dire, milioni di anni di evoluzione e ancora si soffre di mal di schiena. O potrei dire, milioni di anni di mal di schiena e l’uomo è sopravvissuto lo stesso attaccato a essa. Con gli occhi rotanti scorgo un foglio con un elenco di nomi un poco stropicciato: sono tutti i partecipanti all’intervista di oggi, il mio nome è l’ultimo, sono divisi in due gruppi da otto con una pausa pranzo centrale e due pause caffè intermedie. Tutti i nomi sono depennati tranne il mio, realizzo allora che sono l’ultimo della giornata. È rinomato che l’ultimo a fare un colloquio di lavoro vince sempre no? Il furgone blu è pieno e io ho sete.

 

14 risposte a “Hannover (I – VI), ovvero un’intervista per il dottorato. Pensieri, torsioni e bile”

  1. Mi sembra che immagine e testo funzionino. Forse sei abitato da due esseri, l’uno scrittore e l’altro illustratore (senza contraddizione, che fortuna, due piccioni con una fava, due complimenti con una frase…)
    Si può condividere in modo da raggiungere il numero di commenti auspicato?

  2. Interessante il tuo voler creare questo connubio tra scrittura ed immagine e riconfermo la stima che ho nel tuo voler mutare ed osare.
    C’è un “però” personale che mi spinge a tifare più per la componente fumettistica!

  3. Aspetto le prossime pubblicazioni.. solo da questo primo atto non riesco a prendere posizione.
    Sono curioso di leggere il seguito!!
    Come sempre gradevolissimo alla lettura!

  4. Aspetto le prossime, anche perché sono curiosa di approfondire la teoria della reincarnazione nelle tazzine da tè! Sei un grande, Mà!

  5. Fantastico! Assolutamente accurata la descrizione dell inevitabile epilogo in caso di una o piu eliche rotte! Dacci il sequel!

  6. Preferisco definitavamente questa tipologia di illustrazione. Secondo me ti è più congeniale. Anche perché riesci ad ottenere quell’effetto straniante con la scrittura che fa da corredo all’immagine che penso di aver capito stai cercando. I disegni anche sono molto belli! Continua così!

  7. Il sopracciglio di nonno da qualche parte, prima o poi, sarebbe dovuto uscir fuori per esser narrato; ed è questo il giorno!
    Ci sarà l’era della crisi, e l’essenza dell’ispirazione arriverà al crollo, ma non è questo il giorno!
    Quest’oggi si continua a combattere per tutto ciò di cui si ha l’urgenza di comunicare! Continua così figlio di Gondor.

    1. “Vale per tutti quelli che vivono in tempi come questi, […]possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso. Ci sono altre forze che agiscono in questo mondo a parte la volontà del Male. […] E questo è un pensiero incoraggiante!”

      Daglie Chri!

  8. Amico “programmatore” pochissimo, “perso” senza dubbio.
    Le tue abilità da illustratore sono aumentate in maniera esponenziale e il connubio testo-disegni funziona alla grande.
    I testi sono di piacevole lettura, corroborati da una amara ironia che ti contraddistingue. Ottimo lavoro sulle modifiche di questa pagina del sito.
    Grande!

  9. Un crescendo.. diventa sempre più piacevole.. i disegni poi fantastici, migliorano sempre di più.. bella anche l’accuratezza di alcuni dettagli..
    Il secondo atto il mio preferito finora!!
    Il testo mi appassiona, tanto che a fine lettura mi dimentico quasi che c’e l’illustrazione.. ??

    Continua così!!

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